ho bisogno di parole

Ho paura di te: sei così bello!
Non affogarmi in notti tanto nere
se prima non mi apri nel cervello
la porta che resiste del piacere.

Ora lo sai: ho bisogno di parole.
Devi imparare a amarmi a modo mio.
E’ la mente malata che lo vuole:
parla, ti prego! parla, Cristoddio!

Terra alla terra, vieni su di me:
voglio il tuo vomere nella mia terra,
fiorire ancora traboccando e
offrire il fiore a te, mio cielo in terra.

Càlati giù, o notte dell’amore,
fammi dimenticare la mia vita,
accoglimi nel seno del tuo cuore,
liberami dal mondo e dalla vita!

«Tu mandali a dormire i tuoi pensieri,
devi ascoltare i sensi solamente;
sarà un combattimento di guerrieri:
combatterà il tuo corpo e non la mente.»

«Non muoverti. Sta’ ferma. Ho detto; ferma!
Che senta la tua fica fino in fondo
Bocciolo mio, ti innaffierò di sperma
Finché avrà fine il tempo e fine il mondo.»

«Allora ce l’hai fatta? sei venuta?
e come sei venuta? Dimmi». Prego?
«Se ti è piaciuto molto sei perduta.»
Non lo posso negare e non lo nego.

Perché anche il piacere è come un peso
e la mente che è qui mi va anche via?
Su, spiegamelo tu. «Per chi mi hai preso?
Per un docente di filosofia?»

«Mucchi di mondi, grappoli di stelle…
sfoggio di universo mica per noi..
Stiamo vicini… pelle contro pelle…
e poi, mia vita, salvati se puoi!»

Da nervi vene valvole ventricoli
da tendini da nervi e cartilagini
papille nervi costole clavicole…
In spasmi da ogni poro mi esce l’anima.

Dal mio martirio viene questa pace,
questa pienezza dalla tua rapina…
A tutto ciò che non ha nome e tace
sento l’anima mia farsi vicina.

«Vuoi che tutto finisca e niente duri?
che ognuno vada a fare i fatti suoi?
stacco il telefono, chiudo gli scuri:
e che la notte ricominci! Vuoi?»

«No, niente amore qui, soltanto sesso:
non svegliamo l’invidia degli dèi».
Ora che tanto bene mi hai concesso,
dio dell’amore, miserere mei…

«La porta del piacere… eccola, è qui.»
Quella del tuo, sicuramente, sí.
«Chi ti apre il cervello ? dimmi, chi ?»
Chi lo sa aprire… Piano… sí, cosí…

Baciami; dammi cento baci, e mille:
cento per ogni bacio che si estingue,
e mille da succhiare le tonsille,
da avere in bocca un’anima e due lingue.

Oh sí, accarezza dolcemente, sfiora,
ma minaccia ogni furia e ogni violenza;
lentamente… non dentro, non ancora…
portami a poco a poco all’incoscienza.

«Maledetta, luttuosa fantasia
che esige un cuore mite e anche feroce…»
Fingi di averlo e levamela via:
io voglio che mi avvolga la tua voce.

Tu, misterioso spirito gentile,
fammi la guardia come un carceriere:
che non nasconda piú, vanesia e vile,
verità vergognose e voglie vere.

C’è un solo incontro e non c’è un solo addio
e devo sempre stare sul chi vive:
nel grande cimitero dei miei io
vivo una vita tutta recidive.

«Guardalo questo corpo: ti appartiene.»
Non ho occhio che pesa e che misura
e per vedere veramente bene
mi serve il buco della serratura.

In questa stanza che non ha piú uscita,
come stormisce il sangue, e al suo stormire
è il mio turno di vivere… di vita…
Io so che sai che cosa voglio dire.

«So solo quello che mi basta a stento
per non sprecare i battiti del cuore,
perché sapere, sappilo, è un tormento:
è sempre chi piú sa che ha piú dolore.»

Per sogni d’ombre, per ombre di sogni
per l’avanzo d’infanzia che mi avanza
per questo niente vuoi che mi vergogni?
Per sogni d’ombre morte in lontananza?

«Non mi piace il tuo stile da mistero
e reciti te stessa molto male.»
Il sogno è l’infinita ombra del vero
e spesso è più reale del reale.

Patrizia Valduga

tratto da “Cento quartine e altre storie d’amore”
Einaudi, Torino, 1997

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