2 cose

1^ cosa: non credo al destino. cioè, non credo alle casualità,ma penso che la vita ce la costruiamo in base alle nostre scelte. sono sempre stata convinta di questo e ho sempre sostenuto che la mia vita sia conseguenza della strada che ho preso,dei bivi che ho superato,scegliendo,magari sbagliando ( anzi in alcuni casi sicuramente sbagliando). Però. Però a volte devo arrendermi all’evidenza e rendermi conto che,in determinate occasioni ci si è messo di mezzo il destino. E in certi casi…meno male! Perché a volte,la vita, o il caso, o boh…. comunque a volte ci si ritrova persi in certi sguardi,aggrappati a certi abbracci, sprofondati in certe anime,che ti viene da dire ” urca,che culo che ho avuto!” perché si pensa che sia veramente bello,strano ma bello, essersi imbattuti in quella persona,che le circostanze (o il caso?!) hanno portato sulla tua strada,che non era la sua,di strada.

2^ cosa: perché si festeggiano gli anniversari? perché si ricordano gli anni e non,per esempio le settimane o le decine di giorni? o le decine di minuti? “da quante decine di minuti ci conosciamo?” aspetta che prendo la calcolatrice! ogni giorno è importante, è una conquista contro la perdita,contro l’assenza,contro il dolore. oppure, al contrario,può essere un modo per sentire di più la mancanza,per avere più netta la sensazione di perdita.

Ecco.

Penso a questo,ad un anno esatto dal nostro primo incontro. 52 settimane, 36,6 decine di giorni, 52704 decine di minuti fa. E penso che la vita,destino o libero arbitrio poco importa,mi abbia fatto un regalo.

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poesia di Wislawa Szymborska
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amoremio


“Meu amor”.
Ripetere queste due parole per dieci pagine, scriverle ininterrottamente, senza sosta, senza spazi bianchi, prima lentamente, lettera dopo lettera, disegnando le tre colline della M manoscritta, l’anello tenue della E simile a braccia che riposano, il letto profondo di un fiume che si scava nella U, e poi lo sgomento o il grido della A sulle onde del mare, eccole, dell’altra M, e la O che non può essere se non quest’unico nostro sole, e infine la R divenuta casa, o tetto, o baldacchino.
E subito dopo trasformare questo lento disegno in un unico filo tremolante, la traccia di un sismografo, perché le membra rabbrividiscono e si turbano, il mare bianco della
pagina, una distesa di luce o un lenzuolo levigato.
“Meu amor, “amore mio” hai detto, e l’ho detto anch’io, spalancandoti la mia porta, e tu sei entrata.
Tenevi gli occhi bene aperti venendomi incontro, per vedermi meglio o più di me, e hai posato la borsa per terra.
E, prima che ti baciassi, per poterlo dire serenamente, hai detto: “Stanotte rimango con te”.
Non sei arrivata né troppo presto né troppo tardi.
Sei venuta al momento giusto, al minuto esatto, su quel preciso e prezioso pianerottolo del tempo su cui avrei potuto attenderti.
Tra i miei modesti quadri, circondati da cose dipinte e attente, ci siamo spogliati.
Com’è fresco, il tuo corpo.
Ansiosi, eppure senza fretta.

Josè Saramago

Manuale di pittura e calligrafia

mi piace quando ce lo diciamo…

 

amanti
immagine dal web

Inventario

Ogni volta la stessa storia: sorrisi,pelle,sospiri,mani,sguardi,sessi,baci,gemiti,labbra,umori,

occhi,risate,batticuore,estasi,sapori,emozioni…

Eppure ogni volta è diverso: più emozionata? più fremente? nuove sensazioni? orgasmi più intensi? pelle più sensibile? più voglia da soddisfare? più voglia di far godere? più paura? più felice?

Ogni volta,dopo,lei se lo chiede: cosa rimane quando finiscono di fare l’amore? cosa resta quando prendono su tutto e se ne vanno? che cosa prova lui quando la saluta dallo specchietto, al bivio…lei a sinistra,lui a destra?

Lenzuola stropicciate,con i loro odori,mischiati.

Cuscini,testimoni di chiacchiere,oltre che di gemiti e di teste rovesciate dall’estasi.

Il vasetto della marmellata quasi finito a riprova che loro,i piaceri,se li sanno godere tutti!

Un’albicocca che nessuno dei due ha avuto voglia di mangiare…troppo sazi,ebbri… pieni zeppi di sensazioni,saturi di goduria.

La luce del pomeriggio inoltrato…ore passate in fretta,ma assaporate fino in fondo. tempo che si regalano a vicenda, vite sospese per un giorno.

E poi altre cose. cose che non si vedono,ma che si impigliano nell’anima e non si disimpigliano più.

Di quel poco che resta di quel fuoco

resta l’amore quando non si fa

che soffre troppo del suo troppo poco,

però profuma di felicità.

Patrizia Valduga

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ho bisogno di parole

Ho paura di te: sei così bello!
Non affogarmi in notti tanto nere
se prima non mi apri nel cervello
la porta che resiste del piacere.

Ora lo sai: ho bisogno di parole.
Devi imparare a amarmi a modo mio.
E’ la mente malata che lo vuole:
parla, ti prego! parla, Cristoddio!

Terra alla terra, vieni su di me:
voglio il tuo vomere nella mia terra,
fiorire ancora traboccando e
offrire il fiore a te, mio cielo in terra.

Càlati giù, o notte dell’amore,
fammi dimenticare la mia vita,
accoglimi nel seno del tuo cuore,
liberami dal mondo e dalla vita!

«Tu mandali a dormire i tuoi pensieri,
devi ascoltare i sensi solamente;
sarà un combattimento di guerrieri:
combatterà il tuo corpo e non la mente.»

«Non muoverti. Sta’ ferma. Ho detto; ferma!
Che senta la tua fica fino in fondo
Bocciolo mio, ti innaffierò di sperma
Finché avrà fine il tempo e fine il mondo.»

«Allora ce l’hai fatta? sei venuta?
e come sei venuta? Dimmi». Prego?
«Se ti è piaciuto molto sei perduta.»
Non lo posso negare e non lo nego.

Perché anche il piacere è come un peso
e la mente che è qui mi va anche via?
Su, spiegamelo tu. «Per chi mi hai preso?
Per un docente di filosofia?»

«Mucchi di mondi, grappoli di stelle…
sfoggio di universo mica per noi..
Stiamo vicini… pelle contro pelle…
e poi, mia vita, salvati se puoi!»

Da nervi vene valvole ventricoli
da tendini da nervi e cartilagini
papille nervi costole clavicole…
In spasmi da ogni poro mi esce l’anima.

Dal mio martirio viene questa pace,
questa pienezza dalla tua rapina…
A tutto ciò che non ha nome e tace
sento l’anima mia farsi vicina.

«Vuoi che tutto finisca e niente duri?
che ognuno vada a fare i fatti suoi?
stacco il telefono, chiudo gli scuri:
e che la notte ricominci! Vuoi?»

«No, niente amore qui, soltanto sesso:
non svegliamo l’invidia degli dèi».
Ora che tanto bene mi hai concesso,
dio dell’amore, miserere mei…

«La porta del piacere… eccola, è qui.»
Quella del tuo, sicuramente, sí.
«Chi ti apre il cervello ? dimmi, chi ?»
Chi lo sa aprire… Piano… sí, cosí…

Baciami; dammi cento baci, e mille:
cento per ogni bacio che si estingue,
e mille da succhiare le tonsille,
da avere in bocca un’anima e due lingue.

Oh sí, accarezza dolcemente, sfiora,
ma minaccia ogni furia e ogni violenza;
lentamente… non dentro, non ancora…
portami a poco a poco all’incoscienza.

«Maledetta, luttuosa fantasia
che esige un cuore mite e anche feroce…»
Fingi di averlo e levamela via:
io voglio che mi avvolga la tua voce.

Tu, misterioso spirito gentile,
fammi la guardia come un carceriere:
che non nasconda piú, vanesia e vile,
verità vergognose e voglie vere.

C’è un solo incontro e non c’è un solo addio
e devo sempre stare sul chi vive:
nel grande cimitero dei miei io
vivo una vita tutta recidive.

«Guardalo questo corpo: ti appartiene.»
Non ho occhio che pesa e che misura
e per vedere veramente bene
mi serve il buco della serratura.

In questa stanza che non ha piú uscita,
come stormisce il sangue, e al suo stormire
è il mio turno di vivere… di vita…
Io so che sai che cosa voglio dire.

«So solo quello che mi basta a stento
per non sprecare i battiti del cuore,
perché sapere, sappilo, è un tormento:
è sempre chi piú sa che ha piú dolore.»

Per sogni d’ombre, per ombre di sogni
per l’avanzo d’infanzia che mi avanza
per questo niente vuoi che mi vergogni?
Per sogni d’ombre morte in lontananza?

«Non mi piace il tuo stile da mistero
e reciti te stessa molto male.»
Il sogno è l’infinita ombra del vero
e spesso è più reale del reale.

Patrizia Valduga

tratto da “Cento quartine e altre storie d’amore”
Einaudi, Torino, 1997

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